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Il dopo Marino a Roma, gli “sconfitti”, i liberatori e la lotta al Campidoglio

Il dopo Marino a Roma, gli “sconfitti”, i liberatori e la lotta al Campidoglio

Articolo a cura di Nicole Ledda dell’Associazione culturale Zenit

Come ogni favola, anche quella del medico divenuto sindaco (senza merito alcuno), si appresta a concludersi. Le dimissioni diverranno atto irrevocabile tra una ventina di giorni circa, salvo ulteriori colpi di scena e ripensamenti. Lo sfondo degli avvenimenti, non esageriamo, è apocalittico, senza distinzione alcuna tra periferia e centro città, annaspiamo tra: immigrazione selvaggia, furti all’ordine del giorno baraccopoli abusive, aumento vertiginoso di prostituzione di strada seguita a ruota dallo spaccio, degrado e sporcizia che comportano il ritorno di malattie debellate da tempo come la tbc e il proliferare di ratti, piatto ricco giusto per il pifferaio magico. L’Urbe decantata da poeti e dipinta dagli artisti, non è nemmeno l’ombra di quel sogno imperiale che per due volte la rese grande agli occhi del mondo, né tanto meno è più la culla del mecenatismo che da sempre ha contraddistinto la nostra storia.

Ebbene il sindaco Marino ha ceduto alle dimissioni invocate a gran voce per espressa incapacità? per aver ridotto la città più bella mia edificata sul lastrico? Ma certo che no. I capi di imputazione del “sor Marino” sono: parcheggio libero e sconsiderato della ormai ben celebre panda rossa; sindrome compulsiva da imbucato ad ogni evento soprattutto se lontano miglia dalla Capitale e udite udite che qui casca l’asino: conti personali come colazioni, pagati con i soldi del comune di Roma. Si tratta forse di peculato? Questo non è dato sapere, sta di fatto che con una mossa da far invidia alla Democrazia Cristiana degli anni d’oro, il Partito Democratico disarciona il sindaco che aveva imposto a Roma, con una campagna denigratoria che in un qualsiasi ufficio sarebbe punita ex lege, in quanto mobbing, amplificata e pompata da ogni mezzo di comunicazione reca addirittura gli estremi per istigazione al suicidio, come dimostrano le parole del genovese più odiato dai romani che in un intervista ha confessato di aver paura che gli venisse messa della cocaina in tasca per screditarlo ulteriormente.

Benvenuti signori, siamo ufficialmente in campagna elettorale! Tolte le bandiere dai cassetti e spolverate, bei sorrisi a favor di telecamera, ogni gruppo politico facente capo ad un partito è sceso in piazza a festeggiare, assumendosi il merito delle dimissioni, PD compreso, ci han detto “Roma è liberata”. Ma da chi? Da un inetto ossessionato da fascismo e post fascismo, il cui unico scopo sono state le unioni civili dei propri amici? Da chi esattamente ci avreste liberato? E’ semplice trovare un colpevole e puntarvi il dito contro, piuttosto che scagliarsi contro il sistema, abbiamo perso l’ennesima occasione. Siamo onesti, lo scenario non apre ad orizzonti propositivi. Il Partito Democratico al momento ha un’unica carta a disposizione ed è quella del commissariamento, ipotesi molto verosimile, in quanto con il giubileo alle porte (soldisoldisoldisoldi) bisogna presentarsi con una figura quantomeno autorevole alla guida della città.

Stabilito che il PD, pur facendo ormai il bello e cattivo tempo della politica nazionale, non ha la credibilità per ottenere un buon risultato alle elezioni, chi si spartirà le briciole di questa torta? È partito il totonomi. In lizza sicuramente ci sono i Cinquestelle con Alessandro Dibattista pronto a scendere in campo, nonostante palesi incongruenze con il regolamento che si sono dati gli adepti pentastellati. Chi gli verrà contrapposto? Giorgia Meloni? L’opinione pubblica sembra apprezzare, ma gli interessi sono in contrasto e il dogma “Giorgia non deve essere bruciata” prende sempre più piede, senza contare che la verace romana è l’unica forza trainante ed aggregante del partito di cui è presidente e spenderla a livello cittadino, condizionerebbe non poco l’andamento a livello nazionale del suo movimento, magari ne riparleremo in vista delle elezioni regionali. Non dimentichiamo inoltre che sulla candidatura al Campidoglio influisce molto, per la scelta del candidato di centro destra, il fratricidio consumatosi pochi giorni fa, durante l’assemblea della fondazione AN, tenuta in vita dal tesoretto donato in larga parte dai tesserati al movimento.

Sorvolando sulle vicende accadute, di interessante rimangano soltanto le alleanze, da un lato Meloni-La Russa-Gasparri, come a dire che “certi amori non finisco, fanno dei giri immensi e poi ritornano…” tutti da Silvio e dall’altra parte la non meno sgangherata coalizione di Alemanno-Bocchino dietro cui si intravede l’ombra di Fini. E allora Silvio Berlusconi a Roma chi potrebbe appoggiare? Ipotizziamo, non siamo statisti, Alfio Marchini. Imprenditore, amico del centro destra e amico del centro sinistra, sostenuto dagli imprenditori, anzi dai palazzinari, perché non abbiamo paura di chiamare le cose con il proprio nome; sorriso rassicurante che sulla donna di mezza età fa sempre colpo e sguardo suadente. Insomma uno che accontenterebbe tutti. L’identikit del prossimo sindaco di Roma. Il circo mediatico sarà vorticoso e andrà a toccare ogni municipio, in quanto caduto il sindaco, ogni presidente di municipio con tutta la giunta è costretto alle dimissioni, le campagne amministrative per la città di Roma, sono un qualcosa che rasenta la follia, promesse e debiti, soldi e interessi, ma soprattutto tradimenti. Il potere fa gola a tutti e in molti sono disposti a vendere la propria madre anche per un posto da consigliere municipale o per una delega.

Se il futuro è il ricordo di un glorioso passato, verranno giorni migliori, che non dipenderanno sicuramente dall’esito delle prossime elezioni. Un sussulto d’orgoglio, risvegliamo le nostre coscienze, non prestiamoci al giochetto democratico, prendiamo ad esempio lo slogan che in verità è più un monito della Democrazia Cristiana “tutto cambia affinché nulla cambi” e i luoghi comuni volti a rafforzare tale tesi sono infiniti a partire alla massima per cui se votare cambiasse qualcosa non ce lo lascerebbero fare. L’unica speranza resta quella per cui la Capitale sia guidata da chi la ama. Ricordati Roma.


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