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Roma o morte

admin 2 ottobre 2015 Nessun commento su Roma o morte
Roma o morte

Articolo a cura di Marco C. dell’Associazione culturale Zenit

Pio IX è l’ultimo Papa Re di Roma. Le truppe piemontesi, i bersaglieri, circondano la città eterna. Roma, la città dei cesari e del papato, la futura capitale d’Italia era pronta per essere presa: non più la città pontificia ma una città italiana, della futura nazione che sarebbe stata l’Italia.

La città eterna era il simbolo di un passato che vive ancora nel Colosseo e nelle rovine del foro romano, la città che era stata l’ombelico del mondo e che aveva dominato per secoli il mondo intero. L’impero che fece la storia della civiltà nasceva nella città sul Tevere; un ideale, un sogno che sarebbero sopravvissuti nella storia.

La città raggiunse il suo apogeo con l’imperatore Marco Aurelio ma poi, come vuole il principio che regola questo mondo dove ogni cosa che sorge è destinata a tramontare, con l’avvento di una religione che indebolì all’interno, il cristianesimo, ed i barbari che premevano alle frontiere dell’impero, Roma cadde.

Era iniziata l’era dei Papi, la chiesa avrebbe dominato la città per molti secoli, distruggendo passioni e idee; l’inquisizione avrebbe deciso ciò che era giusto e sbagliato, la filosofia greca sostituita dalla scolastica, la teologia di Tommaso d’Aquino e Sant’Agostino basi del pensiero occidentale. Roma, la città dei Papi, viene abbandonata per Avignone: inizia l’era delle puttane, dei dissidi interni, la corruzione la fa da padrona ai conclave. Inizia il tempo degli antipapi e della cattività avignonese.

Roma è in balia delle famiglie rivali, Colonna e Orsini, in lotta fra loro. Ma lo spirito di Roma e della Repubblica romana erano veramente morti? No, rivivono in un solo uomo, Cola di Rienzo, il tribuno di Roma, l’uomo che avrebbe dato dignità alla città e al suo popolo in balia della guerra intestina delle due famiglie romane, che avrebbe fatto rivivere un passato non morto ma ripudiato dall’egoismo di alcuni.

Ma si sa, gli uomini buoni sono una minaccia per gli uomini mediocri ed egoisti. Il popolo, la vile plebaglia viene sobillata, Cola di Rienzo viene ucciso e il sogno della Repubblica muore con lui. L’Italia è un bagno di sangue, chi segue la morale tanto decantata da D’Aquino è solo un illuso: D’Aquino è il re delle banalità; per un’era che conosce solo lo stiletto e la spada, a volte è necessario per la propria vita, per uno scopo preciso, seguire le vie del male per vincere il male stesso, mettendo a nudo se stessi.

Il papato ritorna a Roma dopo anni di anarchia; Niccolò V, convinto da una santa toscana, Caterina da Siena, ritorna a Roma e instaura “ordine e pace”, ma il suo progetto più ambizioso è quello di instaurare la gloria di Santa Madre Chiesa, creare un simbolo di arte e religione che possa unire i cattolici di tutto il mondo: la Basilica di San Pietro, il grande progetto che sarebbe durato un secolo. L’era dei papi romani era iniziata di nuovo, tutte le famiglie romane erano in competizione per il sacro trono di Pietro; pur di diventare Papa, sarebbero stati disposti a far sparire la propria madre.

I tempi cambiano, il medioevo finisce per far posto al rinascimento, l’uomo dopo secoli di oscurantismo religioso comincia ad avere consapevolezza di se stesso e si pone al centro dell’universo al posto di Dio; il tempo della filosofia, della scienza e dell’arte profana si era risvegliato, con grande disappunto di Santa Madre Chiesa.

La morale è decisa dal santo Uffizio e dall’inquisizione, ma la chiesa può imprigionare il corpo, non lo spirito dell’idea, quell’idea di cambiamento che corre anche in seno alla chiesa stessa con Lutero e i suoi protestanti che chiedevano, dopo anni di simonia e indulgenze, la riforma: inizia la guerra fra cattolici e protestanti, che fino a Roma busserà per vendetta e giustizia.

Intanto, che fine ha fatto il popolino romano tanto santo e tanto pio ? Popolo pecorone con le sue contraddizioni, attaccato alle sottane dei cardinali e del buon pastore dell’umano gregge. Ma non tutti erano così, solo uno rappresentava la vera voce del popolo romano, una voce senza volto e senza suono, rappresentata da uno statua che cardinali e papi vollero eliminare. Pasquino.

<<Vedendo il santo padre, un forestiero domandò. “È questo il santo padre ?” E il capitano degli svizzeri rispose. “Santo no, ma padre si”>>

Per secoli la statua parlante fu una spina nel fianco per le autorità pontificie, dal medioevo fino al 1870.

La chiesa era minacciata dalle nuove idee illuministe, che anche a Roma si fecero sentire; venute dal passo del San Gottardo, erano gli stivali, le baionette e i cannoni della rivoluzione francese. Bonaparte stava arrivando, a Marengo vinse gli austriaci e scese su Roma, l’esercito è a Roma e con esso le idee della rivoluzione.

E il santo padre? Viene punzecchiato dalle baionette francesi e sbattuto fuori in esilio.

Vive la France. Memorabile la scena del marchese del Grillo, con Alberto Sordi nei panni del marchese, che invece di stare a guardia del Quirinale sorprende i due amanti che volevano incastrarlo con un figlio illegittimo, poi scopre che i francesi hanno preso il Papa, fa spaccare il naso a Marcuccio, si tinge di sangue viso e vestito e chiede

“Non sono ferito?” “E come no?” “Portateme a casa. Mamma ho fatto il mio dovere, ho dato il mio sangue per il santo padre”.

L’esilio del Papa non dura da molto quando Napoleone fa il botto a Mosca e Lipsia; il papato ritorna a Roma ma i semi della rivoluzione stanno germogliando nella capitale:a Roma nasce la setta dei carbonari che vogliono solo una cosa, la libertà dal Papa e dai pretacci infami.

“La bella la prigioniera, un nome che fa paura! Libertà Libertà Libertà. Con tre corone in testa ha condannato il re, tenetela nascosta perché perché perché”.

Ma il popolo romano non è ancora pronto per la rivoluzione, i primi martiri della rivoluzione romana saranno i carbonari Targhini e Montanari , ghigliottinati da mastro Titta.

“E allora fate conto che gli detterò la grazia, che li mandassero liberi, che direbbe sto popolo de core. Il padrone è bono, te tira le orecchie quando fai er matto, si capisce, ma all’ultimo è come un padre che perdona. E che diventano Targhini e Montanari, che so?” “So du vivi” “No, du fregnoni” “Bè  meglio che è essere  morti” ” E no, li morti pesano e morti così senza delitto e con una burla di processo pesano più peggio, e col tempo diventano la cattiva coscienza del padrone” ” Si ma a quei due, chi glielo spiega che devono morì” “Loro c’è lo sanno, è solo sul sangue, solo col sangue viaggia la barca della rivoluzione”.

Il 1848 è l’anno del gran rimestio, moti rivoluzionari sconquassano tutta l’Europa, l’Italia non è da meno, moti rivoluzionari si accendono in tutto il paese, la fiamma divampa diventando un incendio che arriva alle porte della città eterna. Nasce nel popolo italico non ancora unito il primo sentimento nazionale, cacciare lo straniero e vivere liberi solo con la nostra lingua madre. I primi segni di unità vengono dall’arte e dalla letteratura, con Dante Alighieri e la lingua volgare, il dialetto fiorentino padre dell’italiano, Manzoni nel suo libro I Promessi Sposi, nella musica con Giuseppe Verdi, il Nabucco e l’aria del Va Pensiero “Oh mia patria si bella perduta” .

Il popolo di core e pecorone si sveglia, e butta giù a suon di calci il santo deretano del Papa che fugge con la coda fra le gambe a Gaeta.

“Il Papa è andato via, buon viaggio è così sia, buon viaggio è così sia.

Non morirem d’affanno perché fuggì un tiranno, perché fuggì un tiranno. Si ruppe il canapo che ci legò il pie”

Roma era nelle mani del suo popolo, non quello papalino ma quello dei giovani patrioti romani guidati dal triumvirato di Mazzini, Carlo Armellini e Aurelio Saffi. A difesa della città erano Garibaldi e Lucio Manara con i suoi 600 bersaglieri, molti volontari italiani e stranieri accorsero per difendere la città eterna

Nasce la Repubblica romana, ma non ebbe vita lunga che già all’orizzonte le bandiere di un esercito invasore in nome del Papa Re marciavano contro la Repubblica romana.

L’esercito transalpino, al comando del generale Oudinot, sbarca a Civitavecchia e raggiunse Roma; inizia l’assedio, stavolta i francesi non cantano la marsigliese, sono filo papali e monarchici.

Il 30 aprile l’avanguardia francese si scontra con i romani incassando forti perdite, i transalpini battono in ritirata;il primo sangue é per Roma. Altro successo sarà quello di Palestrina di Garibaldi contro i napoletani, venuti in soccorso del Papa. Oudinot non fece l’errore di sottovalutare una seconda volta il nemico: forte di 75 bocche da fuoco e 30mila uomini avanza sulle mura gianicolensi, l’attacco sorprende i difensori di Villa Pamphili, i francesi fanno breccia e si insediano saldamente a ridosso delle mura controllando il Tevere da nord e sud; i cannoni francesi bombardano le posizioni romane e costringono i difensori a ritirarsi oltre le mura aureliane. I romani resistono a porta San Pancrazio e al Vascello, nell’assedio muore il capitano Mameli, il padre dell’inno nazionale

“Fratelli d’Italia, l’Italia s’é desta, dell’elmo di Scipio s’é cinta la testa, dov’é la vittoria, le porga la chioma,  che schiava di Roma, Iddio la creò”

La vittoria è francese e la Repubblica romana finisce, Mazzini e Garibaldi fuggono da Roma, a Comacchio viene fucilato Ciceruacchio con suo figlio dagli austriaci.

“Viene Garibaldi e dice famo l’Italia […] io so carrettiere ma a tempo perso so omo eccellenza e io mi impiccio […] ma no signore eccellenza, ma come i francesi prendono a cannonate casa mia e io non m’impiccio? Io so romano ma anche italiano eccellenza, è un delitto difendere la propria patria?” .

Sebbene la Repubblica romana fosse finita e il Papa sul suo trono, la guerra per i patrioti romani non era ancora terminata, le bombe contro i soldati papali erano pronte per esplodere.

“A Bellajo vuoi diventare un uomo?” “Perché mo che so?” “Mo sei stronzo, non sei niente, sei solo uno schiavo ma se vuoi diventà omo, strappati il core e gettalo lì dove ce sguazzano le vacche”.

Nemmeno Garibaldi aveva rinunciato a Roma, era in atto il processo di riunificazione nazionale iniziato nel ’48 è messo in pratica da Cavour nel ’59 con l’appoggio della Francia e dei Savoia; i Mille sbarcano a Marsala e conquistano il regno delle due Sicilie, Umberto di Savoia incontra a Teano Garibaldi che gli consegna il regno borbonico, Roma non è nei piani del Piemontese ma comunque nel 1866 a Mentana Garibaldi bussa alle porte di Roma con i suoi volontari con grande scorno di Cavour.

“Garibaldi è a Mentana e Satana col suo cappello da bersagliere avanza su porta Pia”.

Per l’eroe dei due mondi Mentana fu una disfatta perché il pontefice è protetto dai franzosi, ma non tarderà il giorno del giudizio per il Papa e Napoleone III.

Il 1870 a Sedan Napoleone III cade prigioniero dei prussiani di Bismark e Von Moltke: il secondo Reich tedesco era nato, in Italia era il segno che si aspettava da tanto tempo e anche a Roma.

“E la bandiera col tricolore é sempre stata la più bella, non vogliamo solo quella, noi vogliamo la libertà, noi vogliano sempre quella, volgiamo la libertà.

Riderem mattina e sera viva viva il tricolor”.

Il 20 settembre 1870 i cannoni piemontesi aprono il fuoco sulle mura della città eterna, la breccia di Porta Pia è aperta e risuona la fanfara dei bersaglieri che entrano al grido “avanti Savoia”. Roma è presa, il potere temporale dei Papi è finito per sempre, con l’Unione d’Italia e il plebiscito popolare Roma diventa la capitale d’Italia, dopo tanto tempo la città dei cesari e dei papi è finalmente italiana.


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