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Le flakturm di Vienna

Le flakturm di Vienna

Articolo a cura di Cristiano Ruzzi dell’Associazione culturale Zenit

Progettate all’inizio della guerra, in previsione dei bombardamenti aerei che nel corso del conflitto avrebbero devastato le città del Reich, le Flakturm tutt’ora esistenti, nella città di Vienna, sono un chiaro esempio di come un edificio – bunker, seppur usato a scopo militare, possa avere una sua bellezza estetica, in quanto assomiglianti in tutto e per tutto a delle rocche d’ispirazione medioevale, fortezze la cui protezione sembrava totale.

Il progetto iniziale, di costruire torri bunker antiaeree, aveva l’obiettivo di fornire otto torri di combattimento e di comando ubicate, rispettivamente, a Berlino, Amburgo e Vienna. Il 30 settembre del 1940, poche settimane dopo il raid della RAF sopra Berlino, Friedrich Tamms, un ex compagno d’università di Albert Speer, ebbe l’assegnazione del progetto.

Costruiti in coppia, nel centro della città, venne adottato, durante la loro costruzione, la sigla abbreviata “G” (gefechsturm) per le torri da combattimento e “L” (leitturm) per i bunker di comando: le torri GVIII e LVIII vennero costruite nell’Arenbergpark, la GV nella corte del presidio militare, la Stifskaserme, la LV a Esterhàzypark e, infine, le torri GVII e LVII vennero collocate nell’Augarten.

La disposizione a coppia delle torri, che vennero edificate a fasi alterne, durante la guerra, non è singolare in quanto uno dei due bunker, quello di comando, aveva sulla copertura numerose attrezzature di rilevamento e acquisizione degli aerei mentre invece l’altra torre era armata con 4 possenti batterie binate da 128 mm, più strumenti come radar e nuovi apparecchi logici. Ogni torre logistica possedeva 2 radar di cui uno molto potente, il Würzburg – Riese che nel 1941, anno di produzione, era capace di un’operatività fino a 80 km.

Inoltre la tecnologia e gli impianti in uso erano rivolti non soltanto all’uso bellico, ma anche a quello civile in maniera del tutto autonoma: grazie alla loro notevole capienza, le torri potevano disporre di grandi risorse per la sopravvivenza del personale militare e dei civili che trovavano rifugio in essi, senza ricorrere a rifornimenti esterni. Le torri, difatti, disponevano di servizi igienici, filtri per l’aria, serbatoi d’acqua, gruppi elettrogeni e anche di servizi ospedalieri, laboratori artigianali e relativi macchinari finalizzati alla produzione bellica. La capienza totale, per entrambi i bunker, era di 40.000 persone, che trovavano rifugio ai primi piani, mentre a quelli superiori e nel sotterraneo prestava servizio il personale militare.

Sebbene viste dal cielo potevano essere ben riconosciute esteriormente, nelle mappe degli alleati tali torri non comparivano come obiettivo, in quanto, nelle leggende di tale mappe, potevano essere scambiate per gasometri, tant’è vero che, escludendo qualche granata, come nel caso della torre LVII, tutte e sei resistettero intatte fino alla capitolazione.

La caduta del Terzo Reich, con la spartizione dei suoi ex territori per mano alleata e sovietica fece in modo, come per tutti gli edifici ed i luoghi di riferimento del nazionalsocialismo, che i bunker potessero diventare dei templi celebrativi, tant’è vero che secondo il progetto originale, alla fine delle ostilità, si sarebbe provveduto a rivestirli di marmo francese e di fare apporre sopra gli ingressi grandi lapidi con i nomi dei piloti della Luftwaffe che avevano dato vita al Reich.

Con la direttiva del 6 dicembre 1945, le torri di Berlino e di Amburgo vennero fatte saltare in aria, mentre per quella simbolica, ubicata dentro il giardino zoologico della Capitale, venne invece fatta abbattere nel 1948 usando tecniche da miniera, l’uso di perforatrici su più livelli e tutto il perimetro, e 35 tonnellate di tritolo: le macerie scaturite dalla detonazione ammontarono a oltre 400.000 metri cubi, richiedendo due anni di rimozione dei detriti e l’impiego di 140 operai. Un’altra torre berlinese, invece, non venne fatta distruggere ma trasformata fino a renderla irriconoscibile mentre un’altra ancora rimase in piedi nonostante l’esplosione che avrebbe dovuta farla esplodere. Tali operazioni richiedevano un grande dispendio di manodopera, energia, e denaro e, sebbene le torri di Berlino e di Amburgo potevano essere fatte esplodere in luoghi dove erano ben pochi gli edifici rimasti in piedi, tutt’altra storia era la città di Vienna la quale, nonostante i pesanti bombardamenti, si trovava ancora in buono stato.

I sovietici, tuttavia, cominciarono ben presto i lavori di detonazione ma l’insuccesso dovuto alla torre di Augarten che, nonostante l’esplosione, rimase intatta, scoraggiò altri tentativi di distruzione delle torri antiaeree.

Tutt’oggi tali torri si trovano ancora nella capitale Viennese: celate dalla percezione degli abitanti di Vienna in un atto di rimozione collettiva che dura tutt’ora (nessun cartello o lapide esterna ne ricorda l’uso originario), all’ombra di 5 dei 6 bunker sono stati costruiti parchi da gioco, e piantati maestosi alberi a ridosso di essi per cercare di nasconderle parzialmente, mentre altri due torri sono state convertite, rispettivamente, in un acquario ed in un museo di storia contemporanea.

Nonostante l’indifferenza dei cittadini viennesi, tali imponenti costruzioni rimangono persistenti nella loro ingombrante presenza, a perenne testimonianza del loro passato o, come disse nel 1965 il suo creatore, l’architetto Tammas: “volontà di eternità, al di là del quotidiano, e portatrici di un’Idea, costruzioni che avessero un che di inavvicinabile, che riempie gli uomini di ammirazione, ma anche di soggezione … icone di una società unita da un destino condiviso”.

 


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