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Giù il cappello davanti agli alpini: la battaglia per il Monte Nero

Giù il cappello davanti agli alpini: la battaglia per il Monte Nero

Articolo a cura di Cristiano Ruzzi dell’Associazione culturale Zenit

Sebbene la guerra Italiana durante il primo conflitto mondiale fu, come sul fronte occidentale ed orientale, una guerra di trincea e di logoramento, dove i tentativi di attacco alle linee nemiche furono pagati ad un alto prezzo di sangue, resi vani dopo qualche giorno e rischiando addirittura che il fronte cadesse a pezzi durante l’offensiva Austriaca di Caporetto nel 1917, dovuto in parte ad un parziale (pertanto non completo) rinnovo dell’equipaggiamento bellico durante i mesi di neutralità e a tattiche di guerra che non tenevano conto della nuova realtà moderna del conflitto, ci furono casi nei mesi successivi alla dichiarazione di guerra all’impero Austro – Ungarico in cui i primi successi ottenuti sulla linea del fronte facevano sperare ad un’avanzata veloce verso il territorio nemico.

Uno di questi casi fu la battaglia per il Monte Nero, il cui nome ha un’origine molto singolare: fu creato dalla banale distrazione di un cartografo che tradusse erroneamente in italiano il nome sloveno “Krn” con “Crn” che significa nero.

Il 31 Maggio i battaglioni alpini Exilles, Susa e Val Pellice, assieme alla settima batteria da montagna avevano conquistato la cresta Vrata – Vrsic- Potoce, difendendola nei giorni successivi dagli attacchi nemici. Pertanto si preparò, sotto la supervisione del generale Etna, i piani d’attacco per conquistare il Monte Nero la cui espugnazione, che era già prevista nel progetto tattico iniziale, avrebbe dovuto servire ad aggirare la testa di ponte di Tolmino e a raggiungere la linea dell’Isonzo.

Tra la notte del 15 e del 16 giugno cominciarono le prime manovre offensive: il maggiore Treboldi, che operava dall’altra parte della cresta del monte, fece attaccare i trinceramenti nemici di Vrata – Potoce per agevolare l’avanzata della trentacinquesima compagnia alpini comandata dal capitano Varese che irruppe di sorpresa nella trincea avversaria di Vrata a quota 2138 e, dopo un furioso combattimento, costrinse i difensori (200 soldati compresi 12 ufficiali) ad arrendersi, non prima di aver espugnato anche la quota 2133.

Nello stesso tempo, dal Kozliak, il maggiore Pozzi si mosse con due compagnie dell’Exillis che, arrampicandosi per le balze scoscese del monte, attaccarono con la baionetta le trincee nemiche in prossimità della cima conquistandole. Nell’ultimo attacco cadde il sottotenente Picco dell’ottantaquattresima brigata comandata dal capitano Albarello il quale, sebbene ferito, aveva voluto continuare a combattere, esclamando quando fu colpito a morte “Viva l’Italia!”.

Nello stesso giorno ci furono attacchi nemici atti a riconquistare le posizioni perdute sul Monte Nero, finendo per essere respinte, contrattaccate, annientate.

Alla fine le perdite degli alpini furono lievissime, quelle del nemico gravi lasciando sul campo, oltre a morti e feriti, più di 600 prigionieri e moltissime armi e munizioni. Di questa operazione uno scrittore austriaco diede questo giudizio: “Quando si parla di questo splendido attacco, che nella nostra storia della guerra viene annoverato senza restrizione come un successo del nemico, ognuno aggiunge subito: giù il cappello davanti agli alpini: questo è stato un colpo da maestro”.

Le bandiere di guerra dei due battaglioni alpini che avevano partecipato all’attacco, l’Exillis ed il Susa, furono decorate alla medaglia d’argento con la seguente motivazione:

“I battaglioni Exillis e Susa con mirabile ardimento, con abnegazione e tenacia, superando difficoltà ritenute insormontabili, dopo lotta accanita e cruenta, sloggiarono, di sopresa il nemico da Monte Nero, che assicurarono alle armi (15 – 16 giugno 1915 – bollettino ufficiale, anno 1916, Disposizione 66A)”.

Per l’azione pienamente riuscita il capitano Albarello fu insignito dell’Ordine militare di Savoia mentre il Capitano Varese della Medaglia d’oro al Valor Militare. Più tardi, nel corso del conflitto, caddero entrambi ma non nel modo che avevano sognato: il primo perì travolto da una valanga in Carnia, nell’aprile del 1917, il secondo di malattia nel novembre dello stesso anno.


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