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Oltre il mito della Resistenza

Oltre il mito della Resistenza

Articolo a cura di Cristiano Ruzzi dell’Associazione culturale Zenit

«Cittadini, lavoratori, sciopero generale contro l’occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine. Come a Genova e a Torino ponete i tedeschi di fronte al dilemma arrendersi o perire»

Con questa parole Sandro Pertini, futuro presidente della Repubblica, legge il proclama del CLNAI che di fatto dichiara l’insurrezione nell’Italia del centro nord e le ultime fasi della cosiddetta guerra di liberazione nazionale. Siamo negli ultimi giorni della campagna d’Italia: le forze Alleate, tra il 19 ed il 20 Aprile, sono riuscite a sfondare le difese tedesche sulla linea gotica liberando città come Bologna e Ferrara. Dalle sue postazione il comitato di liberazione nazionale lancia un proclama: il 25 aprile deve partire l’insurrezione generale, le brigate partigiane devono occupare i centri cittadini e dare il colpo di grazia ai fascisti ed ai tedeschi.

Ma le cose andarono effettivamente così?

In realtà la storia, a dispetto di come viene insegnata nei testi scolastici, andò diversamente: a Milano il 25 aprile non ci fu alcuna insurrezione popolare, salvo uno sciopero dei mezzi in giornata ed i fascisti restarono padroni della città, fino a notte alta, quando intorno alle 5 del mattino lasciarono, armati ed indisturbati, Milano da Piazza S. Sepolcro, via Dante e Corso Sempione, per incamminarsi verso Como. Solo dopo quell’ora le nuove autorità della Resistenza dovettero far occupare il palazzo del Governo, ossia la prefettura di Corso Monforte, lasciata da Mussolini, da uomini della Guardia di Finanza del col. Alfredo Malgeri. Nei giorni successivi al 25 aprile lo studio fotografico Publifoto reclutò un gruppo di comparse, disponendole agli incroci delle strade e sui tetti, facendo loro imbracciare mitra e fucili, truccandoli da partigiani per immortalare scontri armati che in realtà non ci furono. Stessa cosa per Torino dove la maggior parte dei fascisti lascerà la città soltanto il 27 mentre a Genova regnerà per tutto il 25 aprile calma piatta.

Solo tra il 26 ed il 27, quando ormai i tedeschi si stavano arrendendo agli alleati e i fascisti si ritiravano verso Como e la Valtellina, che le brigate partigiane cominciano a scendere dai monti, con armi e belle divise e fazzoletti rossi nuovi fiammanti, ingrossando le loro fila con il loro avanzare verso le città: si stima che delle 3000 – 4000 unità nel 1943 (secondo opinioni più ottimiste 10.000) nel 1945 si arrivi alle 90.000 unità.

Una vera e propria corsa sul carro del vincitore, che meglio si esprime secondo le parole di Pansa ne “Il sangue dei vinti”:

“Erano partigiani veri, ma tutti insieme risultavano poca cosa rispetto ai tantissimi partigiani finti che sprizzarono di colpo dalle viscere di Milano. […] Scendevano in campo, fierissimamente, gli antifascisti dell’ultima ora, decisi a farsi vedere, a mettersi in bella vista in aiuto del vincitore”.

Con la scesa dei partigiani dalle montagne cominciano le vendette, le rappresaglie e le giustizie sommarie e non verso i fascisti o di chi è colpevole unicamente di aver aderito al Partito Fascista Repubblicano.

Una mattanza che non risparmia niente e nessuno, di cui Piazzale Loreto rappresenta solo la punta dell’iceberg: ad Oderzo 126 giovani della GNR e della Scuola allievi ufficiali arresisi al CNL il 28 aprile, dietro promessa di aver salva la vita, furono trasportati e Ponte della Priula e sul Fiume Monticano e massacrati. A Rovetta, in provincia di Bergamo, la Sesta compagnia della Legione Tagliamento al comando del sottotenente Roberto Panzanelli tratta la resa con i responsabili locali del CLN: l’età dei 47 ragazzi di stanza va dai 14 ai 22 anni. Ricevuta l’assicurazione di essere trattati conformemente alle convenzioni internazionali, consegnarono le armi e furono rinchiusi nei locali della scuola elementare dove, a dispetto delle garanzie, furono poi fucilati da un gruppo di partigiani sopraggiunto da Lovere. Zinola, in provincia di Savona, divenne tristemente famosa perché poco distante dal cimitero i partigiani liquidavano e buttavano i corpi dei fascisti prigionieri in quella che i cittadini del luogo chiamano “il cimitero dei cavalli”. A Codevigo, vicino Padova, vennero massacrate centinaia di persone: parte dei corpi vennero gettati in fosse comuni, altri buttati nelle acque del fiume Brenta. Il cieco di guerra, medaglia d’oro, Carlo Borsani venne assassinato a Milano in piazzale Susa, insieme a don Tullio Calcagno, il sacerdote direttore di “Crociata italica”. Il cadavere fu gettato su un carretto della spazzatura e portato in giro con un cartello con su scritto “ex medaglia d’oro”.

E qual è il ruolo degli alleati in tutto questo? L’istruzione operativa n.5 del quartiere generale alleato, inviata il 4 aprile 1945 ai comandi della Quinta e Ottava Armata, stabiliva che: «è certo che al loro nell’Italia settentrionale, gli alleati troveranno una situazione nella quale i partigiani avranno già intrapreso azioni contro militari e funzionari fascisti, azioni che potranno prendere la forma di esecuzioni, pestaggi, imprigionamenti o destituzioni dagli incarichi. L’atteggiamento degli alleati sarà il seguente:

  1. Nessuna azione verrò intrapresa rispetto a esecuzioni, pestaggi o destituzioni decisive dai partigiani prima del loro arrivo.
  2. I fascisti precedentemente imprigionati dai partigiani non saranno, salvo casi eccezionali, liberati dalle autorità alleate, ma rimarranno a disposizione delle autorità italiane per i processi di epurazione che essi vorranno intraprendere.»

Un vero e proprio lasciapassare dato ai partigiani per regolare i conti e che durerà fino ai primi di maggio quando la situazione comincerà a normalizzarsi (anche se, in alcuni regioni, le giustizie sommarie continueranno fino al 1949).

A partire dagli anni ‘50, sulla base dell’opera dello storico ed ex partigiano Roberto Battaglia “Storia della Resistenza italiana” edita da Einaudi, si comincia a creare lentamente il mito della resistenza verso l’invasore che verrà, nel corso degli anni, costellata di fiction, film volti a rappresentare l’eroica battaglia dei partigiani contro l’invasore tedesco, il tutto contornato sulle note della canzone “Bella ciao” (Nonostante molti storici affermino che nessun partigiano durante la guerra cantò mai questa canzone, che essa fu scritta nel 1948 in occasione di un congresso comunista tenutosi a Praga e, anzi, c’è chi suppone che si tratti di una musica basata su una ballata yiddish).

Una resistenza da rivalutare

Si arriva così alla data odierna, 25 aprile 2015: sono passati settant’anni e l’ANPI, l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, celebra ancora la cosiddetta “festa di liberazione” sebbene la maggior parte dei partigiani è morta per motivi anagrafici ed i cortei degli ultimi anni sono stati un controbattere di “schiaffi e botte” tra la comunità palestinese ed ebraica. A senso, in un Paese come l’Italia messa in ginocchio dalla crisi economica, dalla corruzione, dall’immigrazione selvaggia e dall’inadeguatezza delle istituzioni di fronte al problema della criminalità dilagante dovuta agli extra comunitari continuare a dare fondi economici ad un’istituzione che di storico ha poco o niente oramai e che, con il patrocinio del Ministero dell’Istruzione, sta inculcando ai giovani nelle nostre scuole un lavaggio del cervello tanto dannoso quanto pericoloso? Forse è tempo che gli ultimi “gendarmi della memoria” lascino le armi, si vedano le mani, grondanti ancora di sangue, e si guardino anche allo specchio perché, come insegna George Orwell ne “La fattoria degli animali”: “se perseguiti, calunni, emargini il nemico finisce che ti trasformi in esso”.


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