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Ucraina: quale destino? Un’analisi possibile

Ucraina: quale destino? Un’analisi possibile

Articolo a cura di Jacopo Trionfera dell’Associazione Culturale Zenit

L’aspirazione della maggior parte degli individui sembra essere ormai quella di assurgere al rassicurante ruolo di “tuttologi”, non solo nel senso di anelare all’onniscienza senza uno studio approfondito su ogni argomento che entri nell’arena mediatica pubblica, ma anche nell’accezione di essere un giorno esperti di geopolitica, due ore dopo critici cinematografici, poi ancora scrittori e se non bastasse, all’occorrenza anche giornalisti. Sulla questione ucraina ne abbiamo sentite di tutti i colori: sia da parte di quelli che sostenevano la causa dei rivoltosi di piazza Maidan, che sembravano attendere la grande riscossa dell’Uomo contro l’ingiustizia dei tecnocrati europei e del falso federalismo che ha avuto come unico risultato quello di generare risentimenti e continui rinfacci con parametri economico-finanziari alla mano; sia da parte di chi ha iniziato a vedere ovunque girovagare per Kiev agenti della Cia de del Mossad, sognando la metamorfosi della propria casalinga postazione pc in una vera e propria base operativa NATO. L’analisi dei fatti è spietata tanto nei confronti dei teorici del complotto quanto rispetto a chi nutrisse l’aspettativa di veder risorgere l’Uomo Nuovo dalle macerie della capitale ucraina. Molti dei ragazzi che sono scesi in piazza lo hanno fatto con senso di patriottismo e coraggio inestimabile, a cui molti giovani italiani dovrebbero guardare con rispetto ed invidia per la loro statica incapacità di reazione allo scialbo destino di un paese destinato a svolgere, a capo chino, i compiti dettatigli da istituzioni sovranazionali e agenzie di rating, con la complicità di una classe politica incapace di dare slancio ed orgoglio ad un tessuto sociale sfiduciato e spento. Tuttavia, l’aspetto romantico e irrazionale di ogni rivolta deve sempre fare i conti con i risultati pratici e politici che produce. La rivolta ucraina ha avuto come effetto la destituzione del presidente Yanukovich e la sostituzione totale del Consiglio dei Ministri precedente,  con un nuovo governo investito solo temporaneamente e fino a nuove elezioni del suo ruolo; il partito maggiormente rappresentato è “Svoboda”, formazione politica nazionalista della quale i militanti hanno preso parte attiva ai movimenti di piazza. Sfogliando il suo programma, si notano istanze che coniugano, in politica estera,  un risveglio della coscienza nazionale, la liquidazione del vecchio estabilishment legato al Pcus e al Kgb, la lotta alla corruzione attraverso aumenti delle pene per i politici resisi responsabili di atti pregiudicanti il bene collettivo, la valorizzazione delle risorse del sottosuolo ucraino e il corollario l’entrata nella Nato e nella sfera commerciale europea,con la contemporanea riduzione della dipendenza economica e politica dalla Federazione Russa. Se quindi chiedessimo ad uno qualsiasi dei militanti o dei quadri di questo partito “che cosa aspireresti per il futuro posizionamento internazionale del tuo paese?” la risposta, per logica, prediligerebbe lo spostamento dell’asse ucraino da Est verso Ovest, tralasciando, tuttavia, la considerazione di due aspetti distinti: primo, sarebbe puramente utopico immaginare l’Ucraina commercialmente disgiunta dalla Russia -un po’ come se l’Italia decidesse di spostare le sue industrie estrattive petrolifere dal continente africano a quello sudamericano – ovvero da quella che viene chiamata dipendenza ma che ha sempre fornito a Kiev notevoli vantaggi come gli sconti sul gas importato, che hanno evitato la spirale inflattiva che da sempre contraddistingue paesi che importino materie prime a prezzi elevati; secondo, se si parla di ridurre l’influenza da una superpotenza in chiave di riacquisizione di sovranità, e si sceglie, allo stesso tempo, di collaborare con chi, spalleggiato dal blocco Occidentale di nazioni a cui fa capo, da 70 anni a questa parte decide le sorti della pace e della guerra nel mondo, si cambiano le catene e i carcerieri ma si rimane reclusi. Per quanto la Federazione Russa possa essere definita da certa stampa nostrana “un impero” e una riproposizione in chiave liberista dell’ U.r.s.s. e Putin il nuovo “Zar”, ricordiamo che chi rivestiva questa carica i dissidenti li faceva squartare pubblicamente e non concedeva amnistie e che, se ci fosse stata oggi l’Unione Sovietica, per la tensione generata dalle rivolte di Kiev sulla popolazione crimeana, gli uomini e le donne di Kiev sarebbero finiti sotto i cingolati dell’Armata Rossa; parlando di imperialismo, invece, ci sembra che in questi ultimi 20 anni – esattamente dalla caduta del muro di Berlino e dal tramonto di quell’ideologia tradotta in stato che prediligeva l’uguaglianza e realizzava la povertà e l’oppressione  – non sia stata Mosca a trasformare la maggior parte dei conflitti nazionali nel globo in problemi della comunità internazionale e frontiere necessarie al perdurare della pace perpetua nel mondo ma che, al contrario, siano stati cavalcati attraverso un sempre nuovo e artificioso casus belli creato opportunisticamente, come in Serbia nel 2000, in Iraq nel 2003 e in Siria nel 2011, dai mezzi culturali e mediatici di Washington e dell’Unione Europea e perseguito sul campo dagli yankee stessi con i vassalli di turno del Vecchio Continente-come contro Saddam e Gheddafi –  oppure da mercenari ignoranti e privi di scrupoli – come ai danni del presidente Bashar al-Assad e del popolo siriano. Alcuni giornalisti hanno preconizzato una possibile rinascita dell’economia ucraina grazie all’uscita dall’orbita di Mosca, nel senso di nuove possibilità per la crescita del paese, precedentemente pregiudicata dall’inerzia e dalla corruzione dell’ex presidente Yanukovich e del suo governo, incapaci di rilanciare l’occupazione e uno sviluppo in fase di stagnazione da anni. Putin aveva proposto a Kiev un prestito da 15 miliardi, mentre l’Ue e il Fondo Monetario internazionale, inizialmente, avevano messo sul piatto 1 miliardo, poi divenuti magicamente 11 e offerti da Bce, Banca Europea per gli investimenti e Banca per la ricostruzione e lo sviluppo, subordinati, tuttavia, ad una preventiva politica fatta di tagli di spesa e di rigore di bilancio. Conosciamo perfettamente le conseguenze dell’austerity su un’economia in recessione, la stiamo testando sulle nostre spalle attraverso una tassazione spietata che mina, insieme alla capacità di consumo anche quella di investimento, con l’effetto della mancanza di reddito e della pauperizzazione di parte della classe media anche a causa della negligenza del circuito bancario italiano nel fornire credito ad aziende e singoli individui.  Ad essere particolarmente pignoli, poi, fa sorridere quanto in tempi di ristrettezze per il continente europeo, dove attualmente, secondo stime del Fondo Monetario, piangono 20 milioni di disoccupati,11  miliardi si riescano a reperire in un batter d’occhio per aiutare l’Ucraina. A proposito di ciò, il nuovo premier ucraino Arseniy Yatsenyuk è stato definito, poco prima della sua elezione, da Victoria Nuland, importante diplomatica americana responsabile dei rapporti di Stato con Europa ed Eurasia, “il nostro uomo, quello che ha esperienza economica e di governo”. Yatsenyuk non rappresenta l’anima popolare transclassista e transgenerazionale della rivolta di Kiev ma è un tecnocrate definito da alcuni investitori “alla Mario Monti”, ex capo della Banca Centrale Ucraina ed ex Ministro delle Finanze, che impersona la tendenza dell’ucraina post-Maidan a rivolgersi a Occidente e ad istituti di credito che finanzino il debito del paese in cambio di- ovviamente ancora incognite – riforme strutturali. Un discorso a parte merita “Pravy Sektor”, partito ucraino pragmaticamente nato e forgiatosi durante lo svolgimento delle rivolte nel  novembre del 2013: l’esempio storico e politico da seguire è Stepan Bandera, fondatore dell’Esercito Insurrezionale Ucraino, che collaborò con i nazionalsocialisti prima dell’operazione Barbarossa del 1941 ma che successivamente si schierò contro i tedeschi , che non avevano riconosciuto la dichiarazione di indipendenza del paese proclamata sempre nel ‘41 dall’Esercito Insurrezionale e dall’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini a capo della quale c’era sempre Bandera. I valori da perseguire sono il recupero dello spirito nazionale in chiave anti-russa ma senza sottomissione al “totalitarismo liberista”- così lo definiscono, dell’Unione Europea, l’importanza della famiglia tradizionale come argine alla depravazione dilagante e la valorizzazione dei “diritti nazionali” rispetto al multiculturalismo e agli ovunque sbandierati “diritti umani”, concepiti sotto il segno di un relativismo culturale che assume sempre maggiore rilevanza in temi delicati come la bioetica, l’educazione all’approccio alla sessualità durante l’infanzia e le unioni matrimoniali. Di questo ampio gruppo umano, prima che politico, non possiamo non apprezzare le doti spirituali e fisiche che hanno spinto individui liberi contro serpentoni di poliziotti e militari ucraini al servizio di un’oligarchia e la capacità di trascinarvi tanti giovani che, al contrario di noi, hanno optato per una strategia attiva di lotta sul campo senza cercare appigli in sterili disquisizioni politiche o culturali. Tuttavia, senza volerne sminuire l’opera, dobbiamo ribadire, come già affermato in precedenza, che l’esito di ogni rivoluzione si misura dall’importanza del livello politico raggiunto, ovvero dal risultato istituzionale del fermento popolare; in questo senso almeno per il momento, l’unica poltrona di rilievo concessa ai leader di Pravy Sektor è quella di vicesegretario al Consiglio Nazionale di Sicurezza, assegnata a Dmitrij Jarosh. In questi giorni  si moltiplicano gli incontri tra il nuovo governo ucraino e i leader occidentali – l’ultimo dei quali il 12 marzo scorso tra Obama e Yatsenyuk – sulla questione dell’occupazione di militari russi di alcune città della Crimea e alla presa di possesso da parte di cittadini filo-russi del governatorato di Donetsk, nel lato più orientale e russofono dell’Ucraina; la notizia del presunto arrivo in questa città di  mercenari americani appartenenti alla “Blackwater” – compagnia privata che ha collaborato con la Cia e i militari statunitensi  in Afghanistan e finita sotto processo per l’uccisione di 17 civili a Baghdad – gli aerei radar della Nato “Awacs” che sorvolano la Polonia e la Romania per monitorare la crisi ucraina e gli aiuti promessi dall’Unione Europea e dal fondo Monetario Internazionale permettono di scorgere, nonostante il nobile e coraggioso tentativo di molti cittadini “manovrati” solo da una ferrea volontà di determinare una rinascita antropologica ed economica della propria nazione, semplicemente un deciso spostamento di Kiev verso l’Unione Bancaria Europea e la Nato che, seppure porterà un temporaneo sollievo alle casse dello stato fagociterà il paese, a meno che il suo esempio rivoluzionario non venisse seguito da più nazioni d’Europa, nell’omologante e noiosa riscrittura economica, in termini di rispetto di parametri fissati e pareggio di bilancio, dei rapporti tra popoli e paesi.


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